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L'UNIversiTÀ

Enrico Verdolini

Sono nato marchigiano e sono bolognese d'adozione. Mi sono iscritto a Giurisprudenza, ma ero tentato da Lettere Moderne. Mi piace leggere, ma anche guardare film e serie televisive: sono giurista, ma nerd nel tempo libero.

IL DUE GIUGNO E LE MIE MONTAGNE: STORIA DI UNA CITTA’ ITALIANA

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Con tutto quello che era successo, non potevamo votare per la monarchia”. Dora Ciabocco vive a Roma da ormai diverso tempo, ma è originaria delle Marche. E’una signora anziana, che per anni ha lavorato come pantalonaia. Rai Tre l’ha intervistata per la trasmissione “Le ragazze del 1946”, che ripercorre la storia del referendum del 2 giugno attraverso l’esperienza delle donne che votarono per la prima volta. Sono trascorsi 70 anni dalla data in cui il popolo italiano fece quella scelta. Facciamo un attimo un passo indietro, e cerchiamo di capire quali furono le ragioni della decisione di Dora.
La festa di San Giovanni era, per tradizione, una ricorrenza molto radicata nelle campagne di Camerino: si festeggiava nelle frazioni e nei casolari, e ci si lavava in una bacinella d’acqua, piena di petali di ginestra, che si riteneva avesse poteri benefici. Nella valle di Letegge, il 24 giugno 1944 tutta la gente si era radunata in chiesa per la ricorrenza: il fratello di Dora era parroco di quella zona, ed era lì con la famiglia. Gli artiglieri nazisti, però, avevano già accerchiato Letegge secondo un piano ben preciso, e cominciarono a cannoneggiare la chiesa gremita per la messa: il campanile crollò, e mentre i mitra continuavano a sparare fu portato avanti un feroce rastrellamento destinato a durare diverse ore. Dora si mise in salvo scappando verso la campagna, e così fecero anche altre persone, ma sua madre morì sotto il fuoco nazista. Il padre di Dora, invece, fu preso dai soldati tedeschi, e fu fucilato di lì a poco. Nel corso del rastrellamento, non mancarono gesti eroici, come quello del carabiniere Bergamin, che cercò di porre fine alle atrocità, e venne ucciso fra le case della frazione. La razzia si concluse in una carneficina senza precedenti, nel paese di Capolapiaggia, dove i tedeschi freddarono brutalmente tutti i loro prigionieri.
Quell’episodio fu così sconvolgente per la vallata che da allora si cominciarono a scandire gli anni in maniera diversa. “Quel fatto è avvenuto prima delle disgrazie, quel fatto è avvenuto dopo le disgrazie”. Un po’ come facciamo con la nascita di Cristo, che per noi è punto di riferimento.
La ferocia che colpì le mie montagne fu così forte da cambiare persino il ritmo del tempo.
Dora ha rievocato queste immagini spiegando come la vicenda di una città marchigiana sia in realtà un tassello della storia italiana: gli eccidi che colpirono il nostro paese furono molti altri, e le responsabilità sono da imputare in primis all’occupazione tedesca. Le mie montagne non sono tanto diverse da quelle dell’Appennino bolognese: a Monte Sole di Marzabotto, le truppe tedesche si mossero casa per casa, villaggio per villaggio, casolare per casolare, e uccisero chiunque si trovasse lungo la loro strada. Il bilancio finale delle morti raggiunse quasi le mille unità. Fu una giovane studiosa di storia a raccontarmi per la prima volta di Monte Sole: mi disse che aveva fatto delle ricerche sugli eccidi, aveva cercato di parlare con gli ultimi testimoni, ma aveva incontrato parecchie difficoltà. La gente di Monte Sole fa ancora fatica a parlarne, di questa storia.
Anche l’ultima pagina del fascismo si macchiò di una grave colpa. Non si può tralasciare, infatti, che per anni il fascismo era stato alleato della Germania, e la Repubblica di Salò, che del fascismo è stata una continuazione, nel 1944 era ancora al fianco del nazismo.
Erano evidenti anche quali fossero le responsabilità della famiglia regnante: Vittorio Emanuele III non aveva speso neanche una parola per fermare la marcia su Roma, per condannare l’omicidio Matteotti, o per opporsi all’alleanza con Hitler. Lo aveva ben chiaro la popolazione locale: Dora racconta che il principe Umberto II di Savoia visitò Camerino a pochi mesi dall’eccidio, avendo saputo quello che era successo sulle mie montagne. Venne accolto dalle istituzioni nella sala grande del Comune, ma la gente lo contestò e lo fischiò, perchè il dolore di quei fatti era ancora vivo. Per questi motivi, per quello che il Re non fece e non riuscì ad impedire, il 2 giugno del 1946 non si poteva votare per la monarchia. Per queste stesse ragioni, la nostra Costituzione fissa a chiare lettere che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alle libertà degli altri popoli: la Repubblica e la Costituzione nascono anche dalle lacrime versate il giorno della festa di San Giovanni, e dal dolore sofferto in tante altre città d’Italia.

Imporre la legalità, educare alla legalità: l’Alma Mater e il dibattito sulle ronde

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È stato vivace il dibattito in Senato accademico la mattina del 15 marzo, quando è stata sollevata la problematica della sicurezza all’interno della zona universitaria, o meglio, di come la questione è stata affrontata dall’Ateneo di Bologna. Domenica 6 marzo 2016, un articolo del Corriere della Sera riportava una notizia destinata a fare scalpore: l’Università di Bologna finanzia delle ronde armate nella zona universitaria, per salvaguardare la sicurezza del personale che ogni giorno lavora all’interno della più antica università del mondo occidentale (curioso come il Corriere parli solo dei lavoratori dell’università, senza ricordarsi del fatto che la stragrande maggioranza della popolazione dell’Alma Mater è composta da non lavoratori, ossia da studenti). Il rettore fin da subito ha difeso la sua scelta, affermando che non è giusto qualificare il servizio come ronda, ma piuttosto si dovrebbe parlare di guardiania. Un tipo di precauzione già attiva, in diversi palazzi dell’Ateneo, fra i quali il plesso di via Belmeloro, che ospita buona parte della popolazione studentesca della Scuola di Giurisprudenza, tanto da essere definita dal rettore stesso come una misura di ordinaria amministrazione.
Le voci critiche hanno fatto, giustamente, notare come la guardiania non abbia niente a che vedere con il provvedimento messo in campo da Unibo: le nuove guardie, infatti, non si limitano a presidiare gli edifici, ma pattugliano le strade di via Zamboni. D’altro canto, per quanto riguarda la palazzina di Belmeloro, il servizio si limita al cortile stesso dell’edificio, senza sconfinare sulla pubblica via o sulla pubblica piazza.
Il fatto che le nuove sentinelle dell’Alma Mater siano uomini armati è un controsenso evidente, dato che per legge non possono intervenire direttamente, ma devono limitarsi a segnalare certe situazioni alle forze dell’ordine.
E’ dei giorni scorsi la notizia che alcuni ragazzi dei collettivi che orbitano attorno alla Scuola di Lettere si siano, di fatto, scontrati con alcuni vigilantes, con tanto di lancio di uova e fortissimo clamore mediatico: di certo, il provvedimento non ha aiutato a distendere un clima già teso, per via di altre vicende tristemente note (leggasi, vicenda Panebianco) che non staremo qui ad affrontare, e sulle quali si potrebbero spendere fiumi di inchiostro.
Fatto sta che il messaggio passato con questo provvedimento non è accettabile, anche per il modo in cui la questione è stata posta dagli stessi giornali: leggere il nome della nostra università, associato ad una parola come ronde, è una pessima pubblicità per un Ateneo che dovrebbe avere fra i suoi principali obiettivi quello di garantire una didattica al passo coi tempi ed una ricerca di qualità.
Le ronde universitarie rappresentano il fallimento di un sistema d’istruzione che deve, in primis, educare alla legalità, non imporre la legalità. Sia ben chiaro: non è possibile negare l’esistenza di un problema di sicurezza all’interno della zona universitaria. Le criticità del quartiere sono sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, non deve essere l’università a fornire una soluzione al problema. Ci sono soggetti realmente competenti a garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, ossia le forze dell’ordine, le uniche titolate ad intervenire.
Il provvedimento, ad onor del vero, è stato adottato in via sperimentale: il periodo di prova andrà avanti per tre mesi, dopodichè si valuterà se dargli una prosecuzione o meno. Non ci resta che sperare in un ripensamento, o per lo meno in una rimodulazione del servizio: perchè quelle pistole inutili, nella zona uniersitaria, non le vogliamo proprio vedere.

La verità in mezzo alle dune

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“Provare ad avvalorare l’ipotesi che Giulio Regeni fosse un uomo al servizio dell’intelligence significa offendere la memoria di un giovane universitario che aveva fatto della ricerca sul campo una legittima ambizione di studio e di vita”. Possiamo leggere queste parole in una nota diffusa dalla famiglia del nostro giovane connazionale assassinato al Cairo, a pochi giorni di distanza dalla sua morte. Giulio Regeni, infatti, era prima di tutto uno studioso di formazione europea, avendo compiuto il proprio percorso d’istruzione a cavallo fra Italia e Gran Bretagna. Era una persona curiosa ed intellettualmente vivace, e la sua vicenda ci insegna molto a proposito dell’importanza e della dignità di qualsiasi forma di ricerca accademica. In una sua lectio magistralis tenuta presso l’Università di Camerino, Elena Cattaneo, docente di fama internazionale e Senatore della Repubblica, ha coniato una bellissima definizione di ricerca: fare ricerca non vuol dire scalare una montagna, ma vuol dire percorrere un deserto in cui non è stata tracciata alcuna strada. E’ il ricercatore stesso che deve trovare la giusta via: incontrerà poche altre persone sul suo percorso. Deve fare attenzione, perchè se il deserto è troppo affollato, allora vuol dire che la strada non è quella giusta. La ricerca, in definitiva, è qualcosa di bello e importante: vuol dire smettere di studiare per sè stessi, e cominciare a studiare per gli altri. Esattamente questa era stata la scelta di vita di Giulio Regeni: Giulio faceva ricerca; aveva smesso di studiare per sè stesso, e aveva cominciato a studiare per gli altri. Si era allontanato dal proprio paese d’origine: anche lui aveva iniziato ad esplorare il deserto, avventurandosi fra le sabbie dell’Egitto, dove nel periodo della Primavera Araba sono fiorite decine e decine di sindacati indipendenti. E’ proprio ad una delle loro assemblee che aveva dedicato il suo ultimo pezzo scritto per Il Manifesto: “Al-Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del paese” scriveva Regeni “mentre l’Egitto è in coda a tutta le classifiche mondiali per rispetto della libertà di stampa.” La ricerca, per definizione, è una delle massime forme di libertà.
Ce lo dice la nostra stessa Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento“. I nostri padri costituenti sapevano quanto fosse importante questa affermazione: infatti, Mussolini aveva preteso che i professori universitari giurassero fedeltà al fascismo, e la loro libertà di ricerca era stata calpestata dal regime. Una volta finita la dittatura, era fondamentale ribadire il valore di tale libertà e i costituenti decisero, addirittura, di lasciarla impressa nella nostra Costituzione. Giulio Regeni conduceva un’attività di studio indipendente: il suo lavoro non era sotto il controllo di nessun capo; non doveva rendere conto a nessun potere politico, non aveva limitazioni di sorta. L’autonomia della sua ricerca, tuttavia, si è andata a scontrare con una dura realtà: le si è opposto il regime oppressore di Al-Sisi, che ha strappato la vita di Giulio. Le sono state scaraventate contro le torture e le violenze, che hanno soffocato il suo personale lavoro. Una delle più grandi ingiustizie di questa vicenda, subito dopo il barbaro omicidio, è che la particolarissima tesi di dottorato di Giulio Regeni non potrà mai essere completata: la ricerca di Giulio, in qualche modo, rimarrà imperfetta. “Eppure i sindacati indipendenti non demordono” proseguiva Regeni nel suo ultimo articolo “Si è appena svolto un vibrante incontro presso il Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati (Ctuws), tra i punti di riferimento del sindacalismo indipendente egiziano.” Il movimento dei lavoratori, tuttavia, non costituisce l’unica sacca di resistenza: le università sono fra gli ultimi baluardi contro il regime di Al-sisi. Ce lo dice anche Roberto Saviano in uno dei suoi ultimi articoli: “Giulio è stato rapito, torturato ed ucciso dal Mukharabat, i servizi segreti egiziani. Il motivo? Gli uomini della sicurezza egiziana sarebbero ossessionati dalle informazioni che circolano negli atenei: è questa l’opinione condivisa da chiunque faccia ricerca in Egitto“.
Alla luce di ciò, dobbiamo chiederci per quanto tempo ancora la ricerca accademica, in Egitto, rimarrà un’attività indipendente. Proprio in nome della libertà dell’università che era cara a Giulio a tal punto da portarlo a sacrificare per essa la vita, noi studenti così come tutto il Paese, ora, dobbiamo essere capaci di compiere un gesto: dobbiamo essere, in primis, noi ragazzi che animiamo ogni giorno le università d’Europa a pretendere che venga fatta luce sulla vicenda di Giulio Regeni. Dobbiamo chiedere che venga compiuta un’ultima attività di indagine, un’ultima ricerca in mezzo al deserto. Dobbiamo mettere da parte ogni paura, per addentrarci anche noi fra le sabbie d’Egitto. Il percorso non sarà facile, non sarà scontato, e potrà ancora una volta cozzare con gli interessi nascosti di un maledetto regime: non ci deve ingannare la folla di ricostruzioni farlocche che troveremo in mezzo alle dune.
Alla fine, se ci mobiliteremo con tenacia e convinzione, potremo arrivare in fondo al deserto, fino alle rive del fiume Nilo, e specchiandoci nella sua corrente finalmente vedremo la limpidezza della verità che abbiamo a lungo cercato.

Enrico Verdolini
Rappresentante di Sinistra Universitaria in Senato Accademico

PRIMARIE USA – Il bacio del momentum

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Che cosa vuol dire momentum? Una parola latina, dal sapore arcaico, spesso usata nella politica americana. Che significato ha questo termine?
Gli adolescenti, si sa, hanno sogni, e spesso sono sogni strani: all’epoca del secondo anno di liceo, ormai circa otto anni fa, il mio sogno era quello di poter votare alle primarie americane. Leggevo quasi ogni giorno Repubblica, e settimana dopo settimana le seguivo con curiosità: era il momentum di un giovane senatore dell’Illinois che affrontava la macchina da guerra di Hillary Clinton, ex first lady di fama internazionale. In politica, si sa, fino a quando non viene contata l’ultima scheda nessuno ha la certezza di essere il vincitore. E fu così che gli elettori incoronarono il nuovo leader del Partito Democratico, che di lì a poco sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, era il momentum di Barack Obama.
Ma che cos’è il momentum? Si tratta di quella particolare atmosfera che ci fa capire che qualcuno è destinato ad un compito, a farsi carico di una missione, e la gente per questo motivo è disposta a seguirlo e a dargli fiducia. E’ un’aura di fascino e di carisma che avvolge una figura politica ed accompagna la sua ascesa. E’ un qualcosa di artificiale, creato dalle circostanze, dalla lente dei media e dal sostegno (anche economico) crescente.
A distanza di anni, sorge spontanea una domanda: da che parte soffia il vento del momentum nel 2016? Tutto è cominciato in Iowa, il primo Stato ad essere chiamato ad esprimere la propria preferenza: con appena 3 milioni di abitanti, l’Iowa rappresenta meno dell’1% della popolazione americana. L’ironia della sorte vuole che questo territorio prenda il nome da una tribù indiana che lo abitava, e che fu costretta ad allontanarsi con l’arrivo dei coloni. E’ qui che ha inizio il grande gioco. E’ qui che può scoccare la scintilla: è qui che può cominciare il momentum di un candidato.
L’importanza dell’Iowa come Stato si riduce esclusivamente al fatto che si tratta del primo Stato in assoluto a votare. O meglio, ad organizzare i caucus. Per alcuni giorni, i riflettori del mondo intero si concentrano sul remoto Iowa e sui suoi caucus.
Mentre il Partito Repubblicano dà sfogo al proprio elettorato ricorrendo al classico strumento del voto, il Partito Democratico organizza delle particolari forme di assemblea in cui ogni partecipante esprime il proprio punto di vista su di un candidato. Al termine della riunione, i vari partecipanti si dividono in gruppi all’interno della sala, a seconda del personaggio che vogliono sostenere. I membri di ogni gruppo possono cercare di convincere gli altri a cambiare schieramento, e lo possono fare nei modi più disparati. Se un gruppo di persone non supera determinate soglie numeriche, i suoi appartenenti devono dividersi fra gli altri gruppi. I caucus vengono organizzati nei luoghi più disparati: scuole, palestre, chiese, club di cucina. E’ proprio questo sistema di voto ad aver determinato un risultato del tutto inaspettato in ambito democratico, una sorta di pareggio fra i due candidati.

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Da una parte abbiamo ancora una volta Hillary Clinton, personaggio di spicco della politica americana, forte di un curriculum di che nessun altro candidato può vantare Dall’altra, Bernie Sanders, parlamentare che ama definirsi socialdemocratico, parola che negli USA equivale quasi ad una bestemmia.
Le consultazioni del Partito Repubblicano, invece, sono state il teatro non tanto del successo di qualcuno quanto di due sconfitte: quella di Jeb Bush, in primis, il terzo della sua famiglia ad ambire alla Casa Bianca; quella di Donald Trump, miliardario schietto e populista dato da tutti come super favorito (come dire:”Gli USA sono il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti“). I conservatori hanno consegnato la palma della vittoria a Ted Cruz, candidato forte dell’appoggio delle frange più integraliste del movimento religioso, e a Marco Rubio, che pur essendo arrivato terzo ha comunque fatto parlar di sè. In Iowa, insomma, sembrava che fosse il momentum di Sanders, così come di Cruz e Rubio in campo avverso. Le primarie del New Hampshire hanno in parte confermato, in parte smentito questi fatti: da un lato, sicuramente non è ancora scemato il fenomeno Bernie Sanders, mentre in campo repubblicano la seconda tappa ha portato al trionfo di Donald Trump.
In prospettiva, si potrebbe avere una rimonta dell’unica donna realmente in lizza in questo grande gioco, così come un’affermazione più netta di Trump: in queste primarie, in realtà, il momentum non ha ancora toccato nessuno dei vari candidati. Non ci resta che aspettare le prossime consultazioni, ed in particolare il Super Tuesday, il primo giorno di marzo, in cui sarà chiamata al voto una buona parte degli Stati americani.
Per i Democratici e per i Repubblicani, il bacio del momentum deve ancora arrivare.

DUSTUR, ovvero Costituzione

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Col passare del tempo mi rendo sempre più conto di quanto gli studenti di Bologna siano affezionati a palazzo Malvezzi: a metà fra piazza Verdi e le Due Torri, antico ed elegante, è la sede della Scuola di Giurisprudenza nella nostra città. Fa un certo effetto vedere Palazzo Malvezzi sul grande schermo: è una delle scene di Dustur, parola che in arabo vuol dire Costituzione. Starete sicuramente pensando che questo sia proprio il luogo adatto per ambientare un film sulla Costituzione: Palazzo Malvezzi, il cuore della più antica Scuola di Giurisprudenza del mondo occidentale, frequentato ogni giorno da centinaia e centinaia di ragazzi e ragazze alle prime armi coi rudimenti del diritto. Ebbene, vi sbagliate di grosso: per quanto potrebbe essere la cornice ideale, soltanto una scena di Dustur è stata girata al suo interno.

Buona parte della storia è ambientata fra le mura del carcere Dozza, dove Frate Ignazio organizza un corso di insengamento della Costituzione italiana per i detenuti: ancora una volta, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, buona parte delle persone che frequenta il corso è di origine nordafricana. Non sappiamo quale sia la loro storia e per quali imputazioni siano finiti in carcere: sappiamo soltanto che questi detenuti sono di fede islamica. Frate Ignazio non è un frate qualsiasi, e lo scopriamo gradualmente nel corso della storia; egli proviene dalla Piccola famiglia dell’Annunziata, un gruppo religioso fondato da un uomo politico di spicco della Prima Repubblica, Giuseppe Dossetti, padre costituente, parlamentare e poi sacerdote.
Nel corso del film sentiamo parlare di principi importanti della nostra Carta Fondamentale, come l’art.21 e la libertà di espressione, il diritto al lavoro, la libertà religiosa. Il dialogo non è sempre facile, per via delle forti differenze sociali e di mentalità che pure sono presenti: per molti musulmani è facile pensare ad una libertà religiosa intesa come libertà di praticare il proprio credo, ma non tutti riescono a concepirla come possibilità di scegliere in maniera autonoma la propria fede. Eppure, il confronto c’è ed è molto sereno e vivace: da una parte, abbiamo la Costituzione italiana, e dall’altra quelle egiziane, marocchine e tunisine; da una parte la lingua di Dante e di Leopardi, e dall’altra la lingua araba. Da un lato, viene proposta una visione del diritto come strumento laico ed oggettivo, mentre dall’altro la religione e la legge ancora tendono a coincidere.

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Un momento delle lezioni sulla Costituzione al carcere Dozza

Oltre a padre Ignazio, altro protagonista del film è sicuramente Samad: iscritto alla Scuola di Giurisprudenza, lo vediamo alle prese con gli esami di diritto. Ancora una volta entra in scena uno dei contrasti propri di tutto il film: nonostante gli studi di Samad riguardino il sistema delle leggi, egli ha un passato da narcotrafficante, ed è stato recluso al carcere Dozza ad appena 19 anni. Samad ormai ha quasi finito di scontare la propria pena: da frate Ignazio, Samad riceve importanti lezioni su ciò che è la Carta Fondamentale. La visita a Monte Sole di Marzabotto e ai luoghi degli eccidi è il contesto in cui Ignazio racconta a Samad la storia della nostra Costituzione, che nasce come principale risposta a venti anni di regime. Dalla sofferenza nasce qualcosa di forte: dalla guerra, nasce un’ambizione di pace; dall’oppressione nascono parole di libertà. E se Ignazio insegna anche a noi le particolari sfaccettature dei diritti fondamentali, è proprio da Samad che riceviamo la lezione più grande: soltanto chi è vissuto per anni in carcere può assaporare appieno il significato della libertà. E’ un qualcosa di grande ed allo stesso tempo spontaneo e naturale: è libertà quella di poter vivere in una propria casa, decidere quando uscire, quando entrare e quando chiudere la porta a chiave; è libertà quella di studiare e di lavorare per essere autonomi nel pensiero e nella vita; è libertà quella di chi non è annebbiato dal vino o dagli stupefacenti, e può dirsi finalmente sereno.
Uno dei particolari che colpisono di più è che i personaggi del film non sono degli attori ma delle figure reali, che vivono ed hanno vissuto le stesse esperienze appena raccontate: ed ecco che, una volta finiti i titoli di coda, le luci del cinema Lumière si riaccendono, e ci capita di vedere in sala, seduti a pochi passi da noi, i frati della piccola famiglia dell’Annunziata, e si riesce persino a riconoscere qualcuno di quelli che erano sul grande schermo.
In conclusione, il più grande augurio che mi sento di fare è che gli studenti universitari affezionati a questa città e alle sue bellezze si innamorino alla stessa maniera di questo film e che portino questa storia in giro per l’Italia, in Calabria, in Sicilia, in Lombardia, nelle Marche, a Roma e a Torino. E’ una di quelle storie straordinarie, che soltanto in una città come Bologna si possono realizzare, e sono motivo di orgoglio e di vanto per un’intera comunità.

Foto della tomba di Dossetti, con alcuni membri della Piccola famiglia dell’Annunziata

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Pakistan: attacco all’università

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“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”

L’articolo 33 della nostra Costituzione esordisce con queste parole: quest’articolo ed il succcessivo numero 34 parlano di università, scuola ed istruzione come parte essenziale della nostra società.
L’università, dunque, non è soltanto una comunità, fatta di insegnanti, ricercatori, studenti: università è prima di tutto sinonimo di libertà.
La mattina del 20 gennaio ero nell’aula studio di via Zamboni 27. Stavo per cominciare il lavoro della mattinata, quando al mio computer ho letto un titolo dell’Huffington Post che mi ha lasciato di stucco: “Pakistan, strage di studenti”. La notizia si è diffusa molto rapidamente, grazie ai giornali online e ai social: alle nove e mezza del mattino (le cinque e mezza in Italia) quattro terroristi avevano fatto irruzione nell’università di Charsadda, nelle aule e nei dormitori del campus, facendo strage di ragazzi e ragazze. L’attentato è stato poi rivendicato dalla frangia pakistana dei talebani, come ripercussione per una serie di operazioni antiterrorismo condotte ai confini con l’Afghanistan.
Il Pakistan non è nuovo a questo genere di attentati: già nel dicembre 2014, i talebani del gruppo Ttp assalirono una scuola di Peshawar, frequentata da ragazzi fra i 6 ed i 16 anni figli di militari pakistani, uccidendo quasi 150 persone.
Avevo i libri già sul tavolo di fronte a me, pronti per l’ennesimo ripasso, ma non riuscivo a cominciare senza prima leggere fino in fondo l’articolo. Era successo tutto da pochissime ore, e ancora non si avevano informazioni dettagliate. Mi sono guardato attorno: la biblioteca di Scienze Giuridiche era affollata come sempre nel periodo d’esami. C’erano un sacco di miei amici e di persone che conosco di vista: qualcuno preparava il prossimo appello di diritto civile, o di canonico, mentre i più diligenti del quinto anno stavano scrivendo la tesi.
Mi sono rimesso a studiare un po’ sovrappensiero. Mi ci è voluto qualche tempo prima di trovare la giusta concentrazione. E’ passata qualche ora, e mi sono incontrato con un amico per pranzo assieme. Prima di riprendere lo studio ho controllato al computer se c’erano novità.
Ho letto un secondo articolo. L’università di Charsadda è un ateneo di piccole dimensioni, che conta grosso modo 3.000 studenti. Il giorno dell’attentato, l’intera comunità era in festa: l’ateneo è intitolato a Bacha Khan, leader pakistano della non-violenza che seguiva l’esempio del più famoso Mahatma Ghandi. Per l’evento, era prevista una lettura pubblica dei testi delle sue poesie, a cui stavano partecipando all’incirca seicento persone. Non conoscevo Bacha Khan, ma da una breve ricerca nella Rete scopro che si battè in vita contro la scissione del Pakistan dall’India, essendo favorevole al mantenimento di un unico stato in cui potessero convivere la popolazione musulmana e quella indù.w
Sono tornato a leggere i miei appunti di diritto tributario: stavo ripassando una delle parti più complesse del programma, quella sul calcolo del reddito di impresa. Nel giro di poco tempo mi sentivo già stanco. Mi sono fermato un attimo a metà pomeriggio, per riprendere le forze. Ho preso uno snack alle macchinette, ed ho acceso di nuovo il pc. Un professore di chimica dell’università pakistana è morto in un estremo tentativo di difendere i suoi ragazzi. Ha preso una pistola, ha detto agli allievi di chiudersi in un’aula, e ha cercato di difenderli. Attaccare l’università vuol dire attaccare un’incubatrice di innovazione. Vuol dire colpire un’idea ancora prima che nasca, nel momento stesso in cui sta prendendo forma.”L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”: una libertà che si concretizza nel momento stesso in cui il professore accompagna la crescita dei suoi studenti, una libertà che è stata stroncata ancora prima di spiccare il volo.
Quel professore non ha difeso il suo laboratorio, non ha difeso le sue provette, non ha difeso la sua ricerca. Quel professore, negli ultimi istanti di vita, ha pensato a mettere in salvo il vero frutto del suo sforzo: i suoi ragazzi, le giovani menti alle quali ha cercato di trasmettere la sua passione e l’esperienza degli studi. Quella del professore è stata, insomma, un’ultima difesa della propria libertà, e noi tutti dovremmo essergli grati per questo eroico gesto.

Le elezioni spagnole: ultima chiamata per l’Europa

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La Spagna è parte dell’Europa, delle sue paure e delle sue pulsioni: questo è un dato di fatto, e ce lo confermano le recenti elezioni politiche iberiche del 20 dicembre 2015.
Il nostro continente è animato da due sentimenti crescenti. In primis, abbiamo una sempre più forte sfiducia nei confronti delle istituzioni europee: i sogni dei padri nobili dell’Unione sembrano essersi incrinati. L’euroscetticismo è legato a doppio filo alla crisi economica, e soprattutto alle ricette che l’Unione ha messo in campo per uscirne: in tutto il continente possiamo individuare alcune forze politiche critiche verso l’Europa accanto ad altre marcatamente europeiste, così come ci sono posizioni contrapposte per quanto riguarda le attuali politiche economiche europee.
A questo primo elemento se ne aggiunge un altro: emergono nuove forze politiche accanto a quelle già radicate, ed alcune di quelle più antiche si rinnovano nelle leadership. C’è una contrapposizione fra un modo tradizionale di intendere la politica, ed uno del tutto nuovo: così come si sono fatti strada i mezzi di comunicazione di massa, primo fra tutti la Rete, ora si diffondono anche grazie ad essi idee ed energie nuove nella società.
Due diverse visioni dell’Europa, due diverse (altro…)

Star Wars Sette – Il risveglio della forza

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Berlino, 2 maggio 1945: dopo una lunga battaglia le forze alleate riescono a conquistare la città.
Sei giorni dopo la Germania di Hitler si sarebbe arresa, e il nazismo sarebbe definitivamente tramontato.
Che cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente? Che cosa sarebbe successo se i gerarchi superstiti si fossero radunati in uno stato sudamericano e avessero dato vita ad una nuova organizzazione nazista?
E’ questa l’intuizione che ha ispirato Star Wars Episodio Sette, Il Risveglio della Forza. La storia non si fa con i se e con i ma, ma il cinema a volte sì.
Dalle ceneri dell’Impero Galattico nasce il Primo Ordine: un’organizzazione devota al Lato Oscuro che vuole rovesciare la rinata Repubblica. Questo è l’inizio della storia.
(si, è proprio vero: ci erano mancate le scritte che si allontanano lentamente, nella profondità dello spazio stellato).
Si può dire che l’intero film ruoti attorno a quattro personaggi principali. Qualcuno lo conosciamo già, mentre qualcun altro è una new entry dell’Episodio Sette. Ma procediamo per gradi, cominciando dal Lato Oscuro della Forza.

L’IMPERO COLPISCE, IL PRIMO ORDINE NO: KYLO REN
Cresciuto col mito di Dart Fener, anche lui indossa una maschera. Kilo Ren è il proprietario di quell’arma apparsa nel trailer del film, che aveva sorpreso in molti: una spada laser a tre punte di sapore vagamente medievale. Kylon Ren non è un Sith, ma un cavaliere di Ren: allievo di Luke Skywalker, viene sedotto dal Lato Oscuro e si ribella al suo maestro.
“Nell’intento di garantire la sicurezza ed una durevole stabilità, la Repubblica verrà riorganizzata, trasformandosi nel primo Impero Galattico. Per una società più salda e più sicura”
Tutti ricordiamo le frasi con cui il cancelliere Palpatine realizza il proprio colpo di stato, mentre di Kylon Ren facciamo fatica a ricordare una battuta ad effetto.
Impulsivo e tormentato, non riesce in realtà ad essere come il suo modello. La corruzione di Anakin ci era stata raccontata come un qualcosa di complesso e graduale, mentre quella di Kylo Ren sembra un dramma mal scritto. Diciamocela tutta: Star Wars ci ha abituato a cattivi di ben altro calibro.

UNA VECCHIA CERTEZZA: HAN SOLO
Ecco qua una nostra conoscenza: l’Episodio Sette segna il ritorno di Harrison Ford, il comandante Han Solo, in compagnia del mitico Chewbacca.
Così come Luke, Leyla ed Han sono stati per decenni il mito di tanti appassionati della saga, nel nuovo film sono delle leggende viventi per gli altri personaggi più giovani. A distanza di trent’anni dalla storia dell’Episodio Sei, il personaggio di Han Solo (per non parlare dell’attore) soffre il peso dell’età. Non fraintendetemi: è una grande figura, ed Harrison Ford un grande Harrison Ford. Il contrabbandiere, però, è un uomo d’azione, e questa caratteristica stona un po’ con i suoi capelli bianchi: in realtà, si tratta di una sorta di preludio all’evento più importante che lo riguarda
In ogni caso, mantiene intatto tutto il suo carisma: un ritorno in grande stile.
Per non parlare di Chewbacca!

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UNA VECCHIA SPERANZA: LUKE SKYWALKER
Oltre ad Han e Chewbacca, l’Episodio Sette segna il ritorno di molte altre figure della saga: R2D2, C-3P0, Leyla, e infine Luke. Il cavaliere Jedi non compare per buona parte del film, ma è una presenza costante. Tutto ciò che lo riguarda sembra circondato da un alone di mistero: vive da tempo nascosto, per motivi che vengono svelati solo dopo un po’ di tempo.
La vicenda del film ruota attorno ad una mappa che permetterebbe di rintracciarlo, inserita all’interno di un piccolo robottino: un po’ come accadde con R2D2 ed i piani della Morte Nera.
Altri misteri che gli ruotano attorno riguardano in particolare il suo rapporto con Kylo Ren ( per non parlare di quanto si può soltanto sospettare del suo rapporto con Rey).
Riusciamo a vederlo alla fine del film, in una delle scene più intense della pellicola.
Il tempo ha fatto diventare Luke un uomo maturo, o meglio, un uomo saggio: un po’ Joda e un po’ Obi Wan.
Sicuramente avrà un ruolo chiave anche nei due prossimi film. Per nostra fortuna, ovviamente.

IL RISVEGLIO DELLA FORZA: REY
Una ragazza bella, che ha imparato a cavarsela da sola: la protagonista indiscussa dell’Episodio Sette è sicuramente Rey. Se avete passato metà del film a cercare di ricostruire il suo albero genealogico, non state a preoccuparvi: è perfettamente normale.
Di chi è figlia Rey? Questa domanda sta già tormentando milioni di fan: è ufficialmente la domanda più gettonata del 2015, assieme a E’ davvero morto Jon Snow?
Rey viene da un pianeta deserto, in cui vive arrangiandosi di piccoli espedienti. E’ molto versatile in quello che fa, ed impara in fretta: ricorda molto Anakin in questo. Un tratto di famiglia? Chissà.
Se per il Lato Oscuro gli sceneggiatori potevano fare di più, per Rey hanno sicuramente dato il massimo. Rey incontra per caso il robot che custodisce la mappa di Luke, e da quel momento la sua esistenza muterà radicalmente.
Molto belle le scene in cui pilota il Millennium Falcon, ancora più belle quelle del duello con Kylo Ren. Il punto più alto del film rimane quello in cui incontra Luke: ti aspetteresti che il vecchio Jedi le dica qualcosa, ma la ragazza offre la spada al cavaliere, e la pellicola sembra fermarsi in un muto passaggio di responsabilità.
Non ci resta che aspettare il 2017 per sapere chi sia davvero la ragazza, vera geniale intuizione dell’Episodio Sette. Siete avvertiti: non si accettano spoiler!

Bologna, le cinque bazze per la matricola fuorisede

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Bologna è la città delle Torri, Bologna è la dotta e la grassa, Bologna è comunista. Ma Bologna è, prima di tutto, un’università.

Come ogni anno, a settembre, la città si riempie di energie nuove: arrivano i diciannovenni. Le matricole cercano una nuova casa. Possibilmente, dentro le mura. L’ideale sarebbe fra Strada Maggiore e via San Vitale, però se trovo qualcosa vicino alla facoltà non me lo faccio scappare.

Per tutti i fuorisede che cominciano una nuova vita in questa città, ecco alcuni piccoli consigli per vivere alla meglio in questa comunità che è un autentico melting pot in salsa italiana.

 

PRIMA BAZZA: LA BICICLETTA

“Bici?”.Ancora prima di un ciao o di un benvenuto, mettendo piede in piazza Verdi qualcuno vi proporrà di comprare una bici. Non è la sua bici, ovviamente.

Troppo grande per girarla a piedi, troppo stress per girarla in macchina. La dimensione ideale per vivere Bologna è quella delle due ruote. Le due ruote di una bicicletta.

La zona perfetta per acquistare una bici è quella di Porta San Donato: uno dopo l’altro, troverete fra la Porta e il ponte tre diversi negozi, con Grazielle, bici pieghevoli, sportive, bici nuove e bici usate, e tanti piccoli accessori che possono fare della vostra bicicletta un autentica bazza!

Altri negozi con bici veramente buone li potete trovare nei vicoletti fra via Belmeloro e via San Vitale.

E se la ruota si buca, il freno non va più, il manubrio si storce, il miglior meccanico resta pur sempre quello di via Petroni. La bici sarà la vostra dolce metà: trattatela con cura, e portatela solo da una persona di fiducia!
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SECONDA BAZZA: AULE STUDIO

Siete stati alle prime lezioni, e avete girato il resto della mattinata alla ricerca di una bici.

Avete messo qualcosa sotto i denti, ma ora volete rimettere in ordine gli appunti che avete preso a Diritto Costituzionale. Avete bisogno di un posto tranquillo: una sedia, un tavolo, e una presa dove mettere a caricare l’I-phone. Avete bisogno di un’aula studio.

Noi ragazzi degli ultimi anni siamo un po’ tutti orfani della Bigiavi.

Attualmente chiusa per lavori, la Biblioteca di Economia è a metà di via Belle Arti. Trovi sempre l’amico che fuma un drum all’ingresso. “Ehi vez, come va?”, e scambi due parole. Mai entrare al primo piano, che è solo per i dottorandi.

Noi giuristi, invece, siamo molto formali: al CICU ci sono tornelli e porte girevoli, e più che andare in aula studio sembra di fare un prelievo in banca. Se non sei di giurisprudenza, non puoi entrare. Il CICU non è una biblioteca. E’ un privè.

Per chi affronta gli esami come se fossero una campagna militare, Palazzo Paleotti è il posto ideale.

All’ingresso dovete dare un documento: vi verranno dati un pc, una card numerata ed un elmetto da battaglia. Ci vuole disciplina, porca puttana!

Una valida alternativa alla Bigiavi è la biblioteca di via Zamboni 36: a Lettere, si studia circondati da dizionari, libri di Pirandello e volumi di storia contemporanea. Il posto ideale per i cinefili: una delle più grandi raccolte di DVD della città. Potete prenderli in prestito: un’altra bazza!

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TERZA BAZZA: IL VERDE

Arrivati a sera, comincerete ad accusare un po’ di stanchezza.

Il modo migliore per rilassarsi dopo una giornata in aula studio è quello di prendere la bici ed arrivare fino ai giardini Margherita. Ideali per fare un po’ di jogging, o anche solamente per stendersi sull’erba, i giardini sono il punto di ritrovo di molti studenti fuorisede. Basta una coperta, qualche panino e qualche bibita, ed ecco organizzata una domenica in compagnia dei vostri amici della facoltà. In città non mancano anche altri posti dove passare qualche ora all’aria aperta: un altro giardino parecchio frequentato è quello di San Leo. In fondo a via Belmeloro, ci sono diversi tavolini dove mettersi a studiare, dove fare pausa pranzo, o anche semplicemente passare tempo in compagnia di qualche amico per fare due chiacchiere. Fate attenzione a non lasciare cartacce o bottiglie sui tavoli, o la signora Anna si incazza!

 

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QUARTA BAZZA: ASSOCIAZIONI STUDENTESCHE

Se siete stufi di passare tempo ai giardini, è giunto il momento di essere un po’ più attivi! L’università di Bologna è un ambiente vivace, non solo dal punto di vista della didattica e dello studio: L’Alma Mater conta varie associazioni studentesche. Per chi è un amante dello sport, è un’ottima scelta quella di iscriversi al CUSB, il centro sportivo dell’università.

Ci sono gruppi studenteschi che si occupano delle tematiche più disparate: dai laboratori teatrali al giornalismo, dalla rappresentanza studentesca alla materia dei diritti umani.

Ci sono numerosi gruppi di goliardia, legati a quelli di altre università italiane. Uno in particolare si ispira ad un famoso romanzo di Alexandre Dumas, Il Conte di Montecristo. Alcune associazioni hanno una fama quasi leggendaria: fra queste, la Corte dei Vecchi Poeti, una sorta di gruppo di intellettuali, a metà fra la Setta dei Poeti Estinti de L’attimo fuggente ed una massoneria della letteratura. Ogni membro avrebbe il nome di un poeta del passato, e sarebbe conosciuto con questo nome dagli altri membri dell’associazione.

 

QUINTA BAZZA: VITA NOTTURNA

E’ arrivata la sera. Ok, so che domani volete andare a lezione, ma è giusto passare un po’ di tempo fuori casa dopo cena. Almeno fino a quando la vostra spensieratezza di matricole non verrà spazzata via dai primi esami.

Passate le sette, chiude la maggior parte delle aule studio e delle facoltà, e via Zamboni cambia aspetto.

Lungo questa strada e nelle immediate vicinanze troverete numerosi pub e locali.

In alternativa, basta una chitarra, qualche birra, e potrete passare attimi di felicità sedendo in cerchio in piazza Verdi o in piazza San Francesco.

Un’altra via dove poter passare un’ottima serata è via del Pratello: famosa per le sue birrerie, è dall’altra parte del centro rispetto a via Zamboni. Fortunatamente, però, avete già comprato una bicicletta!

 

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Alma Mater: chi sarà il nuovo rettore?

“Nella mia città chiunque non si occupi di basket, non è neppure degno di essere definito pesarese”.

C’è qualcosa che accomuna Pesaro e Bologna, e l’attuale rettore dell’Alma Mater questo lo sa bene.

La passione per la pallacanestro è il primo trait d’union, ma non è l’unico elemento che lega queste due città italiane.

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Ivano Dionigi, attuale rettore dell’Alma Mater Studiorum, mentre conferisce la laurea ad honorem in Scienze Politiche a Giorgio Napolitano

 

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