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This must be the place. O forse no.

IMG_6933Le mie nuove vecchie abitudini.

Quando sono in procinto di rientrare per le vacanze gli ultimi giorni li vivo in maniera molto distesa. Tanto manca solo 1 giorno 23 ore, 56 minuti e 11 secondi. Ma chi li conta?
Non appena arriva il giorno, nonostante abbia ricontrollato mille volte, esco di casa convinto di aver dimenticato qualcosa e sicuramente qualcosa l’ho dimenticata. Ma tranquilli, lo scoprirò quando sarà ormai troppo tardi.
Poco importa però, sto tornando a casa, sto tornando nella mia Sardegna.
Metto le cuffie, afferro la valigia e prendo l’aereo. Poi, una volta atterrato, vado incontro ad una delle parti più belle del rientro, l’area degli arrivi.
Quel posto è come avvolto da un’atmosfera magica, esco dalla porta e vedo i volti sorridenti delle persone che attendono qualcuno. Che tu sia via da molto tempo o da poco tempo non importa, arrivi e ad attenderti c’è un sorriso. Forse è questo che mi piace tanto.
Il primo giorno a casa è sempre meraviglioso. I miei genitori non mi vedono da mesi quindi tendono un po’ a viziarmi, sembra quasi che sia tornato da una missione in Afghanistan. Certo, devo ammettere che i buffet dell’aperitivo a Bologna sono un territorio di guerra abbastanza aspro, ma non credo che si possano paragonare.
Io comunque ci marcio un po’ sopra, allora in maniera molto vaga esprimo i miei desideri con frasi tipo: “ci vorrebbe proprio una cena di pesce, a Bologna non lo mangio mai” o cose simili. Lo so, starete pensando che sono una brutta persona, ma non mi vedono da tanto, viziarmi fa piacere anche a loro. O almeno credo.
Quando vedo mia nonna avviene il più classico dei clichet, mi chiede se ho mangiato.
Per non so quale motivo vive con la strana convinzione che nella città in cui abito non mangio a sufficienza, così prova a integrare in qualche giorno quello che, secondo lei, non ho mangiato per mesi. Con il risultato che il bagno al mare lo potrò fare direttamente l’estate prossima.
Come ogni volta che rientro mi fa sempre un effetto strano tornare a dormire nella mia camera. Per molti studenti fuori sede questa è una situazione particolare perchè quella che è sempre stata la tua camera può aver subito delle trasformazioni da quando non ci sei.
Nella migliore delle ipotesi è rimasta uguale a come l’hai lasciata con la sola differenza che adesso è ordinata e non ci sono più i vestiti sulla sedia. So che è dura vivere con tutto questo ordine ma tranquilli, in appena un paio di giorni sono sicuro che sarete riusciti a far tornare tutto come prima.
Nella peggiore delle ipotesi, invece, tuo fratello/sorella sta cercando di usucapirla per farla diventare la sua. Ciò vuol dire che ti tocca essere ospite in quella che un tempo era la tua camera e, come se non bastasse, devi anche stare attento a non fare casino perchè sennò ti prendi pure i rimproveri.
In mezzo a queste due possibilità c’è comunque una via di mezzo, che è anche quella in cui mi trovo io.
La tua stanza all’apparenza è rimasta uguale. Stesse foto sui muri, stessi biglietti di concerti appiccicati alle pareti, stessi fumetti sugli scaffali, ma in realtà è tutto un bluff.
Vai ad aprire gli armadi e dentro ci trovi solo ed esclusivamente vestiti di tua madre e tua sorella. Nella scarpiera la stessa cosa. Cassetti, idem.
Complimenti, la tua stanza è appena diventata una fantastica cabina armadio!
Mi sembra di essere in una puntata di Sex and the city ma con molto meno sex.
Comunque cerco di farmene una ragione e vado a letto, alla fine i primi giorni sono già un po’ traumatici di loro, cerco sempre di andare al mare la mattina ma ho sempre delle ore di sonno da recuperare o mille commissioni da sbrigare quindi finisco per andarci solo nel tardo pomeriggio.
Con un sole che ormai non abbronza più mi appresto a sfoggiare la mia fantastica abbronzatura da biblioteca. 50 sfumature di bianco.
Prima di tornare per le vacanze il mio professore mi ha detto: “vai ad abbronzarti che ti vedo un po’ bianchiccio”. Lì ho capito che la situazione era alquanto grave.
La sera, dopo il mare, scatta l’aperitivo e con un po’ di amici ci troviamo sul lungomare per una birretta.
Tutti insieme cerchiamo di metterci d’accordo per decidere in qual spiaggia andare il giorno successivo. Soprattutto ci concentriamo molto sulla puntualità e sul fatto che partiremo al massimo alle 11. Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.
Ecco, non ci sarà nessuno.
La sera è diventata notte e “una birretta” sono diventate dieci o dodici. L’abbiamo chiusa alle 5 di mattina tutti sbronzi. Se tutto va bene il primo che si sveglia lo fa all’una. Mi sa che anche oggi ci abbronziamo domani.

Quello che non ho è quel che non mi manca.

Passano i giorni ed inizio a prendere un colorito umano, intanto cerco di mettere in pratica tutte le idee di viaggio che ho avuto nei mesi in cui ero a Bologna. Escursioni, gite in canoa, trekking; nella lista mi manca solo uno degli 8000, ma ci stiamo lavorando.
Da 5 anni con alcuni amici abbiamo una tradizione; fare un’escursione di un giorno nella zona del golfo di Orosei. Siamo partiti il primo anno con Cala Goloritzè in cui il percorso è molto semplice, quest’anno però abbiamo voluto alzare il tiro, Cala Mariolu.
Il percorso è di circa 12km andata e ritorno con punta di altezza massima di 588 metri sul livello del mare, i sentieri sono poco segnalati ed è etichettato come un tracciato per escursionisti esperti. Ci tengo a dire che il più atletico del nostro gruppo si era appena laureato e stava svolgendo una severa preparazione atletica a base di birra e vino.
Non vi racconterò il percorso perchè va vissuto sulla pelle, vi dirò solamente che ci siamo persi ma che ci siamo anche ritrovati, che abbiamo gioito come bambini quando abbiamo visto il mare dopo 4 ore di cammino, ma soprattutto che abbiamo visto un posto così:

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Le mie vacanze dopo questa avventura fanno il giro di boa perchè stiamo entrando nella settimana di ferragosto.
Questa data è come le due facce di una medaglia, da un lato il periodo più bello dell’anno, dall’altro, invece, ti fa capire che le tue vacanze stanno per finire.
Ormai sono a casa da un paio di settimane e ho ripreso le vecchie abitudini, quindi giustamente arrivano le cazziate da parte di mia madre per cose tipo il disordine, le ore piccole e tanto altro.
Purtroppo è svanita la magia del “sono appena tornato”. Prima o poi doveva succedere.
La settimana di Ferragosto la facciamo tutta d’un fiato con il mio coinquilino di Modena arrivato a trovarmi in Sardegna. L’ultimo giorno azzardiamo con un altro clichet: “Beh da oggi basta bere per un bel po’”. Tutte balle.
Chiudo l’estate con una settimana di relax in cui cerco di fare tutte quelle cose che, causa vari impegni, non sono riuscito a fare fino a quel momento. Ovviamente non ci riuscirò e non appena tornato a Bologna inizierò subito a viaggiare con la mente e a pianificarle per il prossimo ritorno.
Saluto tutti gli amici sapendo che è come se stessi premendo il tasto pausa di un registratore, consapevole che non appena tornerò andrò a schiacciare il tasto play e tutto ripartirà da dove l’abbiamo lasciato, stessi rapporti, stessa amicizia. Perchè con gli amici veri funziona così.
Vivo gli ultimi giorni di vacanza con un misto tra nostalgia e voglia di voler rimanere, anche solo un giorno in più. Ma non si può.
Penso sempre più spesso a dove sarà la mia vita quando avrò un lavoro. L’ho sempre immaginata nella mia città, non lontano da lì. Eppure da un po’ di tempo le cose sono cambiate, la vedo più distante, come se il mio futuro lavorativo fosse lontano da casa.
Vorrei dire “This Must Be The Place” come cantavano i Talking Heads. Vorrei dire “Feet in the ground, Head in the sky”, piedi nella mia terra e testa sotto il mio cielo. Ma la realtà è che non so quale sarà il mio posto. So quale dovrebbe essere ma non quale sarà.
Allora rimetto le cuffie, afferro nuovamente la valigia e riprendo l’aereo sapendo che stavolta non ci sarà nessun sorriso ad attendermi all’aeroporto, ma va bene cosi.
Va bene perchè sono stato con la famiglia, ho visto le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo, ho girato dei posti meravigliosi che ho cucito nel cuore, ho visto molte albe e tantissimi tramonti, ho fatto le cazzate con gli amici e ho fatto le 9 di mattina insieme a loro per poi scoprire che è semplicemente “Late to bed and early to rise”, troppo tardi per andare a dormire e troppo presto per essere svegli. Ma che bello.

Scienze della comunicazione: che cosa si studia?

“Bisognerebbe abolire alcune lauree inutili come quella in scienze della comunicazione”: sono queste le parole di Maria Stella Gelmini, ex ministro dell’Istruzione nel corso di una puntata di Ballarò del 2011. Da allora non è cambiato molto e mentre si naviga su internet si leggono ancora lodevoli definizioni come scienze delle merendine o delle tubature, laurea facile e chi più ne ha più ne metta.

Io so perché so di non sapere” così diceva Socrate in suo celebre discorso. Una nozione che in molti non hanno ancora appreso, decantando verità assolute per celare una manifesta ignoranza, poiché chi da un giudizio negativo su scienze della comunicazione è proprio chi non ha alcuna idea di cosa si studi. Ed è proprio da qui che vogliamo partire svelando chi siano veramente questi mendicanti dell’arte del comunicare.

Dinamici, creativi, flessibili, autonomi, duttili, capaci di adattarsi a più mestieri e ancora esperti della parola, orale e scritta, futuri imprenditori manageriali, e possibili scrittori e giornalisti e persino editori: ecco i termini appropriati per parlare dei dottori e delle dottoresse in scienze della comunicazione, che possiamo far rientrare più semplicemente in tre campi principali: le relazioni pubbliche, la pubblicità e il giornalismo.

Per spiegare meglio da un punto di vista pratico, quindi, abbiamo deciso di dare la parola a chi ha intrapreso questo percorso culturale, nato all’incirca 10 anni fa, quando con l’avvento dei media, si è avvertita una forte necessità di esperti in comunicazione.

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