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L'UNIversiTÀ

Recensioni

Muse, droni, cellulari ed emozioni

muse-live
Sabato 21 maggio mi sono ritrovato all’ultima data del concerto dei Muse al Mediolanum Forum di Milano. Il viaggio di ritorno in quei comodi pullman appositamente organizzati per portarti ai concerti, in mancanza di un cellulare abbastanza carico per addormentarsi con la musica, ha di certo stimolato varie riflessioni. Un concerto molto bello: i Muse sempre degli ottimi animali da palcoscenico, forse al giorno d’oggi una delle migliori band dal vivo. Eppure mi rimaneva una nota di amaro in bocca. Da cosa poteva essere scaturita? D’altronde la scaletta, di poco diversa rispetto a quella delle altre cinque date precedenti, non era stata per niente male. Drones è di certo un album che li riconnette un po’ alle orgini (of symmetry, per citare un loro vecchio album) ma che esce fuori anche dagli ultimi album più pop (vedi brani come Mercy o Revolt). La riflessione di fondo invece è partita da altro. La messa in scena è stata decisamente spaziale: maxischermi e teloni, palco girevole a 360 gradi, coriandoli, fumo e veri e propri droni volanti. Le sfere illuminate e la navicella spaziale hanno di certo sorpreso più di ogni altra cosa il pubblico, che ha gridato alla novità (seppure a far volare palloni aerostatici ci avevano già da tempo pensato i Pink Floyd). Di fronte a tutti questi effetti scenici perciò, l’entusiasmo del pubblico: ma un entusiasmo strano. Premetto di essermi forse -senza volerlo- trovato in un angolo del parterre un po’ apatico nonostante fosse incredibilmente vicino al palco. Pochi poghi visibili (che forse è anche un bene) ma anche poco movimento in generale. Di fronte alle mirabilie dello spettacolo la gente si fermava a guardare. Certo, concerti del genere ormai raccolgono gruppi eterogenei di persone, dai più incalliti rockettari alle famiglie tranquille, da antichi fan del gruppo a scelte occasionali. Perché: “Sì dai, mi hanno detto che è un bello spettacolo e poi conosco almeno due canzoni. Quasi quasi ci vado”. E ci sta. Ma la particolare circostanza di quell’angolo sfortunato, animatosi veramente tanto al solo passaggio del cantante vicino, mi ha fatto domandare: riusciamo veramente più ad emozionarci durante un concerto?
Perché, viziati come siamo da schermi ed effetti speciali, non ci accontentiamo che di luci sempre più grandi, di immagini che ci avvolgono a 360 gradi, di ottimi pasti per sbalordire i nostri occhi. Ma la musica non è questo. Ovvero può esserlo, se accompagnata da ottime atmosfere come quelle di un concerto dei Muse. Ma un concerto dei Muse è da vedere e anche da sentire, e di fronte a tutte le mirabilie ho visto più cellulari brillare che gambe saltare. Nulla di nuovo: è la nostra generazione, la nostra società, la nostra inintermittente connettività. Ma non è un po’ strano ritrovarsi in un concerto di maxischermi per poi riprenderlo con altri schermi (del proprio telefonino) grazie ai quali si potranno rivedere video e foto su altri schermi del pc (una volta condivisi su Facebook) o della vostra televisione (una volta che del concerto ne sarà uscito il cd con le riprese ufficiali)? Si è riusciti a viversi veramente quel concerto? In questa agonia di cristallizzare ogni attimo in una foto, di condividere e condividere i propri video su Facebook o Snapchat a costo di farlo durante il concerto stesso, si rischia di rivolgere più sguardi al proprio cellulare che a gesti della band sulla scena. Questo, solo per far sapere a tutti di esserci stati. Ma esserci stati in che modo? Dietro lo schermo sempre acceso di uno smartphone? I cellulari possono essere delle armi micidiali: sì, anche perché con tutti i loro flash possono da fastidio al gruppo (così come ha intimato la security a inizio concerto) ma anche perché, detto proprio banalmente, rischiano di farci cadere nell’alienazione, proprio quell’alienazione che i Muse hanno cantato nei loro brani. E allora forse, fantasticando su un’umanità futura popolata da freddi e omologati droni, ecco allora ci si riferiva proprio a noi del pubblico.
La mia è probabilmente una leggera esagerazione. E sta di fatto che ciascuno vive un concerto a modo suo e che può scegliere se relegare alle proprie dita il compito di fare delle corna rockettare o di tenere fermo lo schermo di un cellulare. Forse una sesta data in una settimana e mezzo rischia di raccogliere più gente eterogeneamente appassionata del gruppo. Non che persone che magari siano venute per passare una serata diversa senza essere grandi fan non dovessero farlo, per carità. Ma tutte quelle luci e immagini e droni forse hanno rischiato di togliere l’attenzione da un audio non del tutto perfetto. Sì, mi trovavo anche un angolo sfortunato forse, ma cosa ci veniamo a fare a un concerto se non per ascoltare? Probabilmente stiamo anche cambiando, società, gusti, interessi, e forse anche il nostro modo di intrattenerci. Il nostro sguardo si è raddoppiato: ha sempre più bisogno di sdoppiarsi anche dietro a uno schermo, come se i soli occhi non bastassero a registrare le sensazioni che viviamo. Perché per sentirlo veramente vivo un attimo, non dobbiamo per forza condividerlo sui social network. I Muse sembrano comunque riuscire a incontrare vecchi e nuovi tipi di intrattenimento, e riescono a farlo con molto stile e molta professionalità. Ma non posso evitare di chiedermi: riusciremo ancora in futuro ad emozionarci veramente per un concerto?

Ariele di Mario

Veloce come il vento

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Cosa sta succedendo al cinema italiano? Domanda difficile ed impegnativa che coglie alla sprovvista lo spettatore più attento, mentre stranito si chiede se sia ancora possibile girare film decenti nel Bel Paese. Interrogativo lecito che ha cominciato a circolare tra le folle dopo l’uscita di Lo chiamavano Jeeg Robot, esordio al fulmicotone del bravissimo Gabriele Mainetti e vincitore di sette statuette del David di Donatello. Ora una risposta certa sembra sempre più vicina. Veloce come il vento è una rivelazione sorprendente, un film splendido e commovente intriso di adrenalina e una giusta dose di ironia tipicamente romagnoleggiante.
La storia è incentrata sulle vicende di Giulia – l’esordiente e brillante Matilda de Angelis – giovane promessa delle corse a quattro ruote e del turbolento rapporto con suo fratello maggiore Loris – uno straordinario Stefano Accorsi – ex campione delle corse, ma ormai tossicodipendente. Vibrante di passione per la velocità estrema e affranta nel profondo a causa della disastrosa condizione famigliare, Giulia dovrà vincere una sfida più grande di lei in cui la posta in gioco non sarà solo l’onore e la gloria della vittoria. Il giovane Matteo Rovere dirige un film avvincente ed emozionante in cui l’azione frenetica delle rombanti gare automobilistiche si amalgama perfettamente con scene più rilassate, che ritraggono la quotidianità non sempre felice della famiglia De Martino. Rovere delinea con grazia il rapporto amore-odio tra i due fratelli, spesso in lite tra loro ma nel profondo ancora legati da un amore fraterno che nel corso del film li condurrà ad una riappacificazione definitiva. Giulia, malgrado la giovane età, porta avanti la famiglia tra pesanti sacrifici e profonde incomprensioni, mentre Loris, rovinato dalla tossicodipendenza e dalla depressione, è una persona ingestibile che procurerà grossi problemi alla stabilità della famiglia. Distrutto nel corpo ma ancora lucido nell’anima, Loris conserva dentro di sé lo spirito e lo straordinario talento del pilota che fu, un brillante campione detto “il ballerino”, che si rivelerà fondamentale per la risoluzione degli eventi.
Un film che pone l’accento sull’importanza del sacrificio e dell’impegno, armi necessarie per l’ottenimento di qualcosa, ma anche su quello del riscatto e, se pur in maniera ridotta, della redenzione. Argomenti nobili trattati da Rovere in maniera decorosa e che ricordano in parte le atmosfere che contraddistinsero la saga cinematografica di Rocky, le condizioni sociali del portagonista e la scalata verso il successo. Un film che sa anche divertire e strappare molte risate grazie alla tipicità equilibrata ed intelligente della cadenza romagnola, marchio di fabbrica di molti personaggi, permettendo allo spettatore di immergersi maggiormente nella storia narrata.
Veloce come il vento è un’opera decisamente riuscita che, nonostante la troppa prevedibilità in certi passaggi, riesce a trasmettere così tanta energia e passione da tenere il fiato sospeso dall’inizio alla fine. Film come questi potrebbero essere la giusta risposta alla macelleria culturale che il cinema italiano propone da ormai trent’anni, un cinema profondamente afflitto da una crisi di idee e innovazioni ma che, puntando su giovani talenti volenterosi come Rovere e Mainetti, sarebbe in grado di superare. Forse il cinema italiano sta riacquistando una coscienza propria, manifestando i primi segnali di un profondo e radicale miglioramento che vogliamo vedere.

IL BUGIARDINO MUSICALE: Tre Allegri Ragazzi Morti – Estragon, Bologna

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L’allegria è uno di quei sentimenti che sperimentiamo nelle situazioni più inaspettate e che rischiamo spesso di precluderci per colpa di piccole sciocchezze: paranoie, un evento fastidioso, una preoccupazione precoce. Come ritrovare un po’ di spensieratezza nascosta sotto il mantello dei pensieri negativi? Io ho scelto la medicina dei Tre Allegri Ragazzi Morti, l’altra sera in concerto all’Estragon di Bologna.

INDICAZIONI: La band nasce nel 1994 nella città di Pordenone. Il nome prende spunto dal fumetto Cinque allegri ragazzi morti di Davide Toffolo, che oltre a essere il cantante è anche un acclamato fumettista italiano. Nel 2000 inoltre il bassista Enrico Molteni fonda l’etichetta discografica La Tempesta, collettivo di musicisti indipendenti. Dopo una lunga carriera e la sperimentazione di tanti generi musicali (punk, rock, reggae, dub, swing) arrivano a presentare il loro ultimo abum Inumani.
COMPOSIZIONE: Davide Toffolo (chitarra e voce); Enrico Molteni (basso); Luca Masseroni (batteria e voce). In questo tour: Andrea Maglia (chitarra); Adriano Viterbini (chitarra, Bud Spencer Blues Explosion).
INDICAZIONI TERAPEUTICHE: Essere morti dentro e allo stesso tempo rallegrarsi di questo è un ossimoro possibile se si ascoltano i TARM.
AVVERTENZE E CONTROINDICAZIONI: Non potrete adeguarvi a nessun genere musicale, perchè dopo aver collaborato con Jovanotti di sicuro li hanno sperimentati tutti! Sì, sembra strano ma c’è gente che poga anche in brani tranquilli come Di che cosa parla veramente una canzone.
DOSI CONSIGLIATE: No ok, i cd sono troppi da elencare. Vi basti sapere che nel complesso sono undici e che l’ultimo album in studio è Il giardino dei fantasmi (2012, La Tempesta Dischi).
MODALITA’ D’USO: Direi che il catalogo sia piuttosto vasto, basta scegliere a piacimento musica e parole.

Eccoci all’Estragon di Bologna: verso le nove il locale è gia piuttosto pieno e si è già formata la calca sotto palco. Ad aprire il concerto sono i Honeybird & the Monas, mentre verso le dieci arrivano i Tre Allegri Ragazzi Morti. Il gruppo presenta l’ultimo album Inumani pubblicato lo scorso marzo. L’idea di fondo sta nel rendersi conto del ricambio generazionale: “Questo è un momento di passaggio: la tecnologia ci sta trasformando. Non siamo più umani. Non come lo eravamo” dice lo stesso Davide Toffolo in un’intervista su Repubblica. Ma il disegno complessivo del disco non appare così omogeneo come altri album – Primitivi del futuro – è un insieme di suoni vecchi e nuovi senza un preciso filo conduttore, ma con vari picchi e discese in mezzo a testi tipici dei TARM ed altri in collaborazione con vari artisti del panorama italiano (ad esempio Jovanotti o Pietro Alosi del Pan del Diavolo).
Il concerto inizia con la lenta ballata di A un passo dalla luna, forse il pianeta preferito del songwriter dato che compare regolarmente in molti suoi brani. Le chitarre sferzano di rock nella successiva La più forte. Si susseguono altri quattro pezzi dell’ultimo album che dopotutto stanno presentando nel loro tour: Libera è sicuramente una delle migliore canzoni, un brano quasi funky-soul scritto per loro da Vasco Brondi de Le luci della centrale elettrica. Con un inizio un po’ fastidiosamente pop ma un finale più soddisfacente, Persi nel telefono sembra ricordare le premonizioni del cantante sull’uomo sempre più “inumano” a causa della tecnologia e di una società in continuo cambiamento. “Prima erano in cinque a scrivere canzoni che cantavan tutti/adesso tutti quanti scrivono canzoni che qualcuno canterà” dice il testo, ma il giudizio personale sembra soffermarsi su un ambiguo ottimismo, perché cambiamento non vuol dire per forza peggioramento. Arriva C’era una volta ed era bella, una ballata forse un po’ troppo smielata seppur nelle corde del gruppo: non che quest’ultimo non abbia mai trattato d’amore, tutt’altro, ma se si sente l’ultimo cd tutto di seguito sembra quasi che la band abbia strizzato l’occhiolino a quella parte del suo auditorio femminile più propiamente “pop”. Si passa a Ruggero (forse la seconda canzone migliore dell’album) e a sonorità più tipiche dei TARM di una volta. E’ qua che appare evidente il confronto con le generazioni passate: “E poi si guarda le mani/tutto è cambiato/quanti anni son passati/che gli vien da ridere“.
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Con il passato infatti devono ormai avere a che fare, perché per ora il pubblico si è divertito ma non scatenato così tanto come nel momento in cui compaiono le vecchie canzoni Quasi adatti, Il principe in bicicletta e la famosissima Occhi bassi. In seguito, è un piacere sentire La poesia e la merce e le sue parole colorate di anticonsumismo: “E sempre allegri bisogna stare/anche se si può solo comperare/la liberà non si compera/ma la possiamo cantare“. Si passa da un’acustica Ogni adolescenza per poi sfociare nel reggae di Puoi dirlo a tutti. Simili sonorità d’oltreoceano proseguono in La faccia della luna (che torna anche qui) e in due brani dell’ultimo album: E invece niente, scritta in collaborazione con la cantante Maria Antonietta e In questa grande città (la prima cumbia), primo singolo e discusso feautring con Jovanotti. Si ritorna al penultimo disco con I cacciatori (in versione semi acustica) e La via di casa.
All’arrivo di I miei occhi brillano non resisto più e mi butto nella mischia per pogare un po’. Il gruppo esce dal palco e il pubblico lo acclama. Non tutti sanno dei giochi di botta e risposta che avvengono col cantate in ogni loro concerto, così dopo qualche tira e molla di ringraziamenti e offese, la band ci concede un encore.
Si ritorna più carichi che mai anche grazie ai virtuosismi di Adriano Viterbini, membro dei Bud Spencer Blues Explosion, a mio parere uno dei più bravi chitarristi italiani. Ed ecco il ritornello di La mia vita senza te accompagnato dalle note favolistiche di Alle anime perse. Si torna a saltare e urlare con le canzoni Voglio e con la tanto acclamata Il mondo prima. Di che cosa parla veramente una canzone è il tema di tanti testi condivisi con il pubblico, una ballata tanto allegra quanto malinconica così come la politica della band, sempre propositiva verso il futuro e sempre debitrice del suo passato. Ma non si può non terminare con il motivetto de La tatuata bella, cantato all’unisono senza strumenti con la parte del pubblico che la conosce.
Il concerto è terminato. Davide Toffolo ringrazia i loro fan vecchi e nuovi: “E’ grazie a gente come voi che in questi anni abbiamo potuto suonare! Siete la meglio gioventù!“. Sicuramente non è una casualità quella citazione del suo adorato Pasolini. E sicuramente non è neanche un caso che, nel pullman di ritorno a casa, mi accorgo di essere decisamente molto più allegro di prima.

La mafia uccide solo d’estate

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Primo appuntamento con il ciclo “Alla luce del sole”, cineforum organizzato dalla Sinistra Universitaria sul delicato tema delle mafie in Italia. La rassegna si apre con il film La mafia uccide solo d’estate, sorprendente rivelazione del conduttore televisivo Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto. La proiezione è stata introdotta dal prof. Davide Bertaccini, docente di Diritto Penitenziario presso la Scuola di Giurisprudenza dell’Alma Mater.
Dopo decenni di mancanze, Pif riesuma il cinema di denuncia e di impegno sociale degli anni addietro, analizzando, attraverso un’ottica più ingenua e moderata, l’annosa questione che tiene vincolata l’Italia, ed in particolare la Sicilia, ad uno dei suoi maggiori problemi. Pif racconta la Mafia in maniera pacata e ironica, adottando un registro che si discosta pesantemente dal classico filone da film di denuncia per virare su uno stile più improntato alla commedia. Stile che, come ha giustamente affermato il prof. Bertaccini, ricorda molto La vita è bella di Roberto Benigni, pellicola memorabile che riuscì nell’intento di parlare dei campi di concentramento nazisti in maniera più leggera.
Cos’è la mafia? Diliberto risponde a tale domanda narrando in prima persona la storia della vita di Arturo – suo alter ego – un bambino palermitano figlio di una modesta famiglia che si innamora inaspettatamente di Flora, sua compagna di classe. La quotidianità di Arturo è ripetutamente scossa da violenze e ingiustizie che ogni giorno si riversano sulla città e i suoi cittadini. Con occhio vigile e attento Pif racconta la sua vita, i suoi amori proibiti, la passione per il giornalismo e la realtà difficile e ostile di vivere in un paese affetto da un male (in)curabile. Una trama semplice e convenzionale infarcita di alcuni personaggi fin troppo squadrati e poco originali, il padre di Arturo e l’amico giornalista, e da alcune situazione per le quali è possibile prevedere la sorte, la scalogna del protagonista, ma che di certo non vira alla spettacolarizzazione dei suoi contenuti, bensì alla riflessione. Armato di sorrisi e momenti di ilarità Pif tenta di sconfiggere le paure e l’indifferenza che affliggono il suo Paese, offrendo una visione rosea e positiva della vita piuttosto che una rappresentazione schietta e demoralizzante della realtà.
Non un grande attore ma sicuramente un grande narratore capace di addentrarsi nei meandri del tema della mafia – che conosce molto bene – riuscendo sapientemente a farne emergere i contenuti più importanti, nonostante nel film costituiscano la sotto trama scenica, che accompagna la storia d’amore di Arturo e Flora.
Nella bellissima e struggente scena finale Diliberto esprime tutta la sua speranza trasmettendo alle generazioni future, il figlio, la necessità di mantenere vivo il ricordo di quelle grandi persone che hanno dato la vita affinché l’Italia lottasse contro l’oppressione del sistema mafioso. Arturo non tiene celata al figlio la verità, ma gliene parla con consapevolezza e buon senso così da prepararlo perché la riconosca assieme alle giuste cause per le quali nella vita vale la pena lottare.
Un film speranzoso ed estremamente positivo che insegna a rincorrere i propri sogni e a fronteggiare qualsiasi problema con amorevoli sorrisi e buon umore, le uniche armi in grado di contrastare anche il peggiore dei mali, complimenti Pif.

Chi non rischia non vince

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Il 6 maggio 2014 andava in onda in prima TV su SkyGomorra-la Serie, ispirata all’omonimo romanzo di Roberto Saviano, e da lui stesso ideata. Così come hanno fatto discutere il libro e il seguente adattamento cinematografico del 2008 diretto da Matteo Garrone, anche la serie, seppur discostandosi per trama e costruzione dalle due opere anzidette, è stata al centro di dibattiti, probabilmente alla luce della maggiore risposta ricevuta dal pubblico.
I 12 episodi della prima stagione sono stati suddidivisi tra tre registi diversi: Stefano Sollima, già noto per l’ineccepibile lavoro fatto con “Romanzo Criminale- la serie“, Francesca Comencini e Claudio Cupellini. Ad ognuno di loro è stato affidato il compito di approfondire autonomamente le vicende dei singoli personaggi, creando così profili psicologici particolari e permettendo di coglierne le peculiarità, attraverso gli occhi diversi di ciascun regista.
Il merito principale da riconoscere alla serie è il realismo che padroneggia dialoghi e vicende, prima di tutto per l’ampio, talvolta esclusivo utilizzo del dialetto napoletano, ma soprattutto per le ambientazioni e i luoghi: Napoli infatti fa sì da sfondo, ma è essenziale al susseguirsi degli eventi. Ambientata principalmente qui, ha come protagonisti i clan camorristi dei Savastano e dei Conte, rivali nella gestione del traffico di armi e stupefacenti, non solo in Italia ma anche all’estero.
Il complesso ‘Sistema camorra‘ viene sviscerato in ogni sua forma ed espressione, mettendone in luce gli aspetti e le caratteristiche maggiori. Innanzitutto emerge il funzionamento dello spaccio nei quartieri popolari, quindi il traffico vero e proprio di stupefacenti, con il coinvolgimento di paesi esteri produttori e distributori di droga; poi affiora l’espansione al Nord Italia della camorra, che costituisce una presenza latente, in larga parte nell’ambito edilizio, dimostrando che nessuna regione risulta esserne immune, così come il mondo della politica non ne è estraneo e si sottolinea l’ingerenza camorrista nelle elezioni di persone selezionate e manovrate, attraverso la manipolazione delle votazioni; si evidenziano l’essenzialità e la funzionalità delle figure femminili nei clan, accentuando la centralità e la devozione per la famiglia, e infine le lotte esogene nonchè intestine allo stesso clan. Tutti questi fattori sono legati da una scia di violenza e da una crudeltà di fondo, che riportano la finzione romanzata alla drammatica realtà effettiva.
Quando si ha a che fare con la trattazione di temi così delicati, che toccano quotidianamente i nostri connazionali partenopei e non solo, il rischio che si corre è duplice: da un lato, descrivendo determinati eventi e personaggi si rischia di generalizzare, rendendo certe situazioni facilmente etichettabili in modo non veritiero da chi non appartiene a questa realtà o non conosce questi luoghi; dall’altro, quando i protagonisti sono dei criminali, è facile purtroppo esaltarli idealizzandoli nella finzione cinematografica, ed avendo avuto un impatto mediatico così forte soprattutto sui più giovani, si è rischiato di farli diventare dei modelli venerabili.
Tuttavia, la serie è riuscita poichè, sul filo del rasoio, ha evitato di cadere in questi cliché, perchè “chi non rischia non vince“, e Saviano e collaboratori hanno osato, senza strafare. La serie ha riscosso infatti un grande successo: oltre ad essere stata venduta in più di 50 paesi all’estero, ha meritato di essere trasmessa su Rai 3 anche l’anno seguente e poi nuovamente nelle sale cinematografiche italiane.
Successo da riconoscere non solo all’idea di Saviano, ma soprattutto agli attori che hanno saputo rivestire i ruoli da lui creati.
In primis il boss don Pietro Savastano, interpretato da Fortunato Cerlino, un uomo dall’aspetto ordinario, quasi innocuo, ma nei fatti un freddo e abile calcolatore, che confinato in carcere sotto il regime speciale del 41bis, si trova costretto a passare le redini materiali al resto della famiglia, rimanendo comunque in sordina il capo effettivo. Emergono quindi altri personaggi, come il figlio Gennaro (Salvatore Esposito), un ragazzo viziato e immaturo, estraneo alle faccende del clan, rispettato per semplice timore reverenziale nei confronti del padre, e solo dopo l’arresto di don Pietro comincia a rivestire un ruolo centrale, inserendosi nel meccanismo. Accanto a lui, assume rilievo Ciro “L’immortale” Di Marzio (Marco D’Amore), giovane tra gli uomini fidati del boss, che si ritrova a dover iniziare Genny al sistema e ad occuparsi del clan. Ma il capofamiglia è essenzialmente affiancato dalla moglie Donna Imma (Maria Pia Calzone), una donna sicura ed autoritaria, sua principale spalla e consigliera, che resta dietro le quinte guidando il figlio sino a partecipare attivamente agli affari in assenza del marito. Infine a capo del clan rivale si trova Salvatore Conte (Marco Palvetti), un soggetto inquietante, fortemente religioso e devoto, ma al contempo spietato e astuto, che in seguito ad aspri conflitti con i Savastano, si rifugia in Spagna per gestire autonomamente il proprio potente traffico di droga.
Accanto a questi anche gli attori non protagonisti hanno dato un valore aggiunto; ognuno di loro ha interpretato il proprio ruolo con grande professionalità e credibilità, mettendo in luce qualità’, elementi distintivi e psicologici di ogni personaggio, permettendo così allo spettatore di coglierne le sfaccettature e la maturazione nel corso della storia.
Probabilmente dopo l’omonimo romanzo, è il miglior lavoro realizzato dal giornalista, che nel 2006 ha detto: “il fatto che in questo momento ne stiamo parlando, che ne parlano tutti i giornali, che continuano ad uscire libri, che continuano a nascere documentari, è tutto questo che le organizzazioni criminali non vogliono, è l’attenzione su di loro, e soprattutto sui loro affari“. È quindi chiara ed emblematica la volontà di non smettere di denunciare questi fenomeni dilaganti, in ogni forma di comunicazione possibile, per l’amore viscerale che lui, come i suoi conterranei, provano per la città di Napoli.
In attesa dell’imminente uscita della seconda stagione, il consiglio per coloro che non l’avessero ancora vista e’ quello di rimediare per evitare di essere colti impreparati, e per gli appassionati di riguardarla per rinfrescare la memoria e poterne apprezzare il seguito appieno.

Officina Pasolini, ovvero gli occhi di un uomo incompreso

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Lui mi osserva. Sta lì appeso ad un muro, con il suo sguardo deciso che cela un velo di malinconia disperatamente equilibrata, e mi osserva. Anche io osservo questa foto, mi chiedo come possa essere così eloquente nella sua laconicità. Mi chiedo come mai questa foto riesca a diventare una Medusa pietrificante, come faccia un volto fissato per sempre e salvato dalla decadenza del corpo e dallo scorrere insensibile del tempo a catturare l’osservatore e a capovolgere i ruoli: l’osservatore diventa osservato, l’osservato si trasforma nell’osservatore che inchioda. Occhi. Questa mostra fotografica su Pier Paolo Pasolini potrebbe intitolarsi anche semplicemente così. Sono due occhi sinceri, scuri, mediterranei. Stridono con la mascella squadrata e le labbra sottili, da persona dura; stridono con il portamento elegante, le mani dietro la schiena, le gambe leggermente aperte in una posa autorevole. Pasolini non era un duro. Pasolini era ciò che gli occhi mostrano: “se lo guardi, ti guarda con il cuore negli occhi, quasi con spavento, a dirti che non ha fatto nulla di male, che è un innocente” scrive in “La terra di lavoro”. La mostra è allestita al Mambo, a Bologna, proprio la città che gli diede i natali. Bologna fu, per Pasolini, una patria vera e propria, in cui approdare sempre quando rischiava di sentirsi apolide. Anche dopo il suo trasferimento a Roma, infatti, rafforzò i legami culturali con gli intellettuali Roberto Roversi e Francesco Leonetti, e nel 1955 fondò “Officina”, una rivista di poesia improntata su un razionalismo dalle matrici gramsciane e marxiste e su un neosperimentalismo contrapposto alla letteratura ermetica e neorealista.
Officina” è il titolo della mostra e anche, se vogliamo, un insieme di parole chiave che racchiudono l’estro artistico dell’intellettuale, pittore, poeta, regista. La prima parola chiave è: luoghi. Pasolini sceglie i luoghi non perché spinto dalla ricerca spasmodica della quiete, in cui rinvigorire lo spirito, non per dimenticarsi di se stesso né tanto meno per ritrovare se stesso. Egli si concentra sul Sud d’Italia, su Casarsa, sulle borgate romane ed il suo è un intento politico e filantropico. Politico perché crede fermamente nel riappropriarsi di quella spontaneità genuina che il consumismo di una società “liquida”, per citare Baumann, stanno uccidendo; filantropico perché, mitizzando quelli stessi luoghi, li rende simboli di un valore universalmente condiviso. L’intellettuale crea anche una corrispondenza “di amorosi sensi” tra i miti, legando tra di loro la figura di Narciso, a quella di Cristo, a quella della madre. Madre è la seconda parola chiave per Pasolini. Con la madre, egli ha un rapporto viscerale, d’amore e angoscia: la supplica di proteggerlo, di dargli ripetutamente una nuova vita; la madre è la rosa, la primavera, ma al tempo stesso è come se volesse scrollarsi di dosso la sua ombra ingombrante, perché quell’amore esclusivo non ammette condivisione e porta all’isolamento, alla solitudine. La madre, per Pasolini, potremmo dire che sia una Madonna assassina e triste: tutte le madri rappresentate da lui lo sono, passando da Anna Magnani in “Mamma Roma”, fino a Maria Callas in “Medea”. Questo dolore che porta in scena è il dolore di esistere in quanto esseri umani. Il “selvaggio dolore di essere uomini” è anche quello di essere allontanato dal Friuli, regione della sua intimità proiettata all’esterno. Qui, Pasolini s’impegna politicamente, studia il dialetto originario, ha le sue prime esperienze omosessuali e per queste viene allontanato, perché accusato di aver commesso atti impuri con due ragazzi alla festa di paese. Pasolini è un uomo di fede. La sua produzione artistica è anche una produzione “eucaristica”. È la rappresentazione del Cristo, dietro il quale si nasconde il poeta stesso. Un Cristo “figlio”, sacrificato all’altare dell’egoismo umano; un Cristo “comunista”, un personaggio di “borgata”, che lotta per i più poveri, per i relitti umani della società, che attua un vero e proprio conflitto civile tra classi sociali. Il diverso è escluso, così come Medea nell’omonima rivisitazione della tragedia greca di Euripide. Il diverso è barbaro, mago, omicida della sua stessa prole. La focalizzazione sulla tragedia greca, da parte di Pasolini, è anche il pretesto per dipingere una tela moderna e sfaccettata che s’ispira al nucleo familiare, sede di un rapporto complicato tra padri e figli, di una sensualità incestuosa tra fratelli. Questa libertà di costumi Pasolini la rivede anche nel terzo mondo, in Africa, India (dove gira anche un documentario). Pasolini ama questi luoghi selvaggi quanto Tasso amava la libertà sessuale e violenta del satiro nella sua “Aminta”; li ama perché, secondo il suo punto di vista, quei luoghi non erano stati ancora alterati dal consumismo, dal capitalismo, dalla borghesia, dal dominio della televisione che svuotava la realtà di consistenza e sostanza, offrendo allo spettatore una droga potente che è l’assuefazione. Quella stessa assuefazione di cui soffrivano i giovani, devastati da un’assenza di personalità e adoranti solo dinanzi all’altare del dio denaro, così come impone la società borghese. L’io svuotato di identità non si rivela se non nel sogno: la dimensione onirica è la chiave delle dinamiche più oscure e segrete della libertà umana. É il “perturbante”, per dirla citando Freud, ovvero l’Unheimlich, il togliere il velo di Maya da ciò che, apparentemente morto e sepolto, ricompare terrorizzandoci.
Pasolini fu un essere umano che tentò di arginare l’impeto del totalitarismo che manipola le coscienze e si nasconde dietro l’ipocrita maschera del progresso. Non solo: senza voler fare per forza retorica spicciola, la figura di quest’uomo è quella di un animale braccato dai suoi sicari, politici o intellettuali come lui. “Una morte violenta conclude una vita violenta”. Ecco come i telegiornali dell’epoca liquidano la morte di Pasolini. Un mese dopo, “La gazzetta del Sud” scrive: “il delitto non sconvolge, perché Pasolini era dedito alla violenza“. Tutti i giornali, persino Il Manifesto, giornale di sinistra, mettono in luce l’omosessualità e la perversione crudele di Pasolini. Perversione avvalorata dalla versione di Pino Pelosi, il quale aveva dichiarato di aver ucciso Pasolini perché il poeta aveva provato a seviziarlo con un palo di legno. La figura del letterato è così usata per spiegarne la morte, un po’ come se Pasolini fosse stato l’omicida di se stesso, avendo lasciato indizi di una fine turpe, sparsi qua e là tra le sue opere. Questa, però, non è la realtà. Pasolini non voleva morire: stava scrivendo Petrolio – in cui bersaglia pesantemente l’Eni e descrive la distruzione del mondo giovanile e il suo bipolarismo – stava montando Salò. Questo “vate delle puttane”, così come viene definito dalla stampa di destra dopo l’uscita del suo film Mamma Roma, in realtà è un uomo consapevole del cinismo del mondo che “non lo vuole e non lo sa”. È un uomo che compare nella lista di epurandi da portare in Sardegna, il cui autore è il maresciallo De Lorenzo, che vuole tentare un colpo di Stato. La sua analisi disincantata della vita, descritta senza tralasciare nemmeno le perversioni proprie dell’animo umano lo consacrano nel panorama di quegli artisti a tratti “maledetti”, a tratti “benedetti” e celebrati ancora oggi, perché siamo tutti consapevoli, chi più chi meno, di vivere una vita che molto spesso guardiamo da lontano, perché non sappiamo affrontare i mostri che ci portiamo dentro né quelli che ci perseguitano all’esterno e che Pier Paolo Pasolini, con minuzia quasi maniacale, ci ha svelato.
Ed io camminerò/ leggero, andando avanti, scegliendo per sempre/ la vita, la gioventù”.

Batman V Suerman: Dawn Of Justice

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Un’impresa quasi impossibile, sovrumana direbbero, quella di ricreare sul grande schermo lo scontro epico tra i due supereroi (probabilmente)più famosi ed amati della storia dei fumetti, Batman e Superman. Laddove uno è un “semplice” essere umano senza particolari poteri, ma dotato di una forza fisica fuori dal comune e di una quantità di mezzi e denaro assai spropositati, l’altro è un alieno proveniente da un mondo lontano, un essere perfetto dall’apparente indistruttibilità.
Il regista Zack Snyder, armato di ambizione ed eccessiva spavalderia, si getta a capofitto in un progetto disastroso e confusionario che ricalca in parte gli eccessi e gli errori del suo precedente Man Of Steel.
Bruce Wayne e Clark Kent, due facce della stessa medaglia, il buio e la luce o la notte e il giorno, sono l’ambivalenza perfetta che riassume l’essenza di questi due personaggi, così simili ma estremamente diversi.
Entrambi votati alla stessa causa: assicurare la giustizia in un mondo violento e criminale.
Entrambi, però, sono altrettanto differenti nel modo di agire, nei mezzi a disposizione e nella concezione di ciò che sia giusto o sbagliato. Due persone buone e altruiste che in un mondo come quello in cui vivono – che ricalca quello attuale – finiscono per gettare scompiglio tra le folle, arrivando a figurare essi stessi come i veri responsabili dei crimini che cercano di sradicare. A ciò si aggiunge la visione del superuomo elevato a figura divina, il messia arrivato sulla Terra per proteggerla dai suoi peccati. Un Superman non preparato a svolgere il ruolo di estremo salvatore dell’umanità che vede il suo potere come un peso ingombrante. Sul lato oscuro del mondo vige, invece, la figura dell’uomo pipistrello, il (super)eroe che fa giustizia da sé, mettendo in discussione il ruolo stesso che quest’ultima ha nella società contemporanea.
Presupposti interessanti che stanno alla base del film, ma che Snyder e compagni mettono in scena con risultati alquanto discutibili.
Batman V Superman: Dawn Of Justice – e lo si evince già dalla V del titolo rimaneggiata poco prima dell’uscita nelle sale – è un film tronfio e confusionario in cui la regia caotica del vanitoso Snyder si amalgama in malo modo a una scrittura desolante, condita da dialoghi al limite del ridicolo e svolgimenti narrativi privi di qualsiasi motivazione logica. Il regista di Man Of Steel strizza l’occhio ai Batman di Christopher Nolan, qui in veste di produttore esecutivo, non riuscendo però a conferire la giusta dose di credibilità alla storia.
Ma se la trilogia de Il Cavaliere Oscuro ben si inseriva in un contesto più terreno e umano, aiutata dal realismo di fondo di un supereroe che di supereroistico ha solo i soldi, il film di Snyder pecca nella presunzione di voler emulare a tutti i costi una poetica registica che proprio non gli appartiene. Ciò che ne consegue è una completa indisponibilità da parte di chi osserva nel riuscire a prendere sul serio l’interminabile illogicità dell’opera che finisce per diventare una mera ridicolarizzazione dei due supereroi.
Nella prima parte del film, lunga e decisamente noiosa, si sviscerano in maniera dozzinale le psicologie dei personaggi con tanto di intermezzi onirici e visioni allucinate nelle quali si fatica a capire quali siano i reali intenti del regista.
Una trama pressoché sconclusionata, infarcita di buchi logici in cui personaggi piatti e privi di utilità vengono piazzati a casaccio recitando le parti peggiori dei deliri di Chris Terrio e David Goyer, sceneggiatori della pellicola.
La seconda parte, più dedita all’azione, è la prova di come la perseveranza di Snyder verso i propri errori sia quanto di più fastidioso e patetico ci possa essere. Chi sperava che avrebbe aggiustato i problemi del film precedente si sbaglia di grosso: la sequenza del combattimento finale è la dimostrazione che questo film è un vero disastro. Di certo non bastano le splendide musiche di Hans Zimmer, né la riuscita interpretazione di Ben Affleck (ottimo come Bruce Wayne, ma discutibile come Batman) a salvare questa pellicola dal baratro.
Un prodotto degno dei peggiori film sfornati dalla Asylum che offre spunti interessanti solo se visto sotto l’ottica della comicità o della semplice trashata – che potenzialmente è – capace di strappare abbondanti risate a chi osserva, incredulo questo scempio.

IL BUGIARDINO MUSICALE: Umberto Maria Giardini + Enolibrì, TPO (Bologna)

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La malinconia a volte è una compagna inaspettata o indesiderata, ma non possiamo evitare la sua presenza in tutte quelle situazioni in cui il nostro masochistico gusto per ciò che è stato e ciò che non c’è più prende il sopravvento sul nostro animo. Allora, come mantenersi in quella sfera positiva della malinconia senza cadere nella diabolica attrattiva della depressione? Mi serviva una medicina: così ieri sera ho guardato bene nel mio cassetto di opportunità e ho scelto di andare a vedere Umberto Maria Giardini al TPO di Bologna.

INDICAZIONI: Umberto Maria Giardini è un cantautore italiano attivo sin dal 1999 sotto lo pseudonimo Moltheni. Dopo una carriera durata undici anni, una prematura partecipazione a Sanremo (per sua fortuna non ripetuta), molte collaborazioni importanti (Battiato, Verdena) e otto album pubblicati, decide di ritirarsi definitivamente dalle scene. Ma nel 2012 torna in campo con un progetto che porta il suo nome reale e pubblica tre album, per la gioia di grandi e piccini.
COMPOSIZIONE: Umberto Maria Giardini (voce e chitarra); Marco Marzo Maracas (chitarra elettrica); Giulio Martinelli (batteria); Michele Zanni (tastiere, synth, basso).
INDICAZIONI TERAPEUTICHE: Infonde fiducia nel poter sentire in Italia bellissime musicalità unite a testi poeticamente visionari. A volte basterebbe semplicemente spegnere la radio o Mtv.
AVVERTENZE E CONTROINDICAZIONI: Meglio qualche secondo di silenzio che un minuto di imbarazzo: a causa di molte pause e sospensioni all’interno dei brani, chi non conosce le canzoni rischia di sfociare in applausi tremendamente fastidiosi nel bel mezzo delle strofe, come ho potuto notare durante la serata.
DOSI CONSIGLIATE: La dieta dell’imperatrice (2012, La Tempesta/ Woodworm/ Venus); Ognuno di noi è un po’ Anticristo EP (2013, Woodworm); Protestantesima (2015, La Tempesta Dischi).
MODALITA’ D’USO: Dirigersi in collina al tramonto, in un balcone vista mare, sotto un portico o ad un suo concerto, chiudere gli occhi e prendere le dosi consigliate. Se queste non bastassero risfogliare il precedente catalogolo musicale sotto il nome di Moltheni.

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Cercando informazioni sull’inizio del concerto scopro che quest’ultimo in realtà fa parte di un evento più grande: Enolibrì, quattro giorni (dal 17 al 20 marzo) di mercato per dare spazio alle produzioni di editori e vignaioli indipendenti. Il tutto accompagnato da musica, dibattiti, assaggi, e al costo di solo 1 euro!
La location è il TPO (Teatro Polivalente Occupato) di Bologna: in fondo il bancone con il vino e gli aperitivi, al centro gli stand degli editori con libri e fumetti, dall’altro lato il palco con le presentazioni e la musica.
Quest’ultima inizia intorno alle 22:30 con Daniele Celona, bravissimo cantautore dell’energia unica, una piccola scoperta a inizio serata.
Un’oretta dopo arriva Umberto Maria Giardini: si presenta da solo alla chitarra, mentre mano a mano dalle quinte arriva il resto del gruppo. Come per rivendicare le proprie radici musicali si iniza subito con una canzone del passato Moltheni: L’attimo celeste (prima dell’apocalisse). Si capisce all’istante che il pubblico verrà trasportato in un’altra dimensione. Le chitarre tagliano l’aria introducento la marziale Urania, brano dell’ultimo album compagno di quel lato sofferto della malinconia (“Oggi è un altro giorno vuoto/oggi è un altro giorno in cui ti invoco“). Si passa con Amare male in un crescendo di sensazioni che sfociano nel lungo finale e nel lirismo del cantautore (“Chi digerisce i miei no per le colpe che non ho“). Un altro finale capiente è quello del brano successivo Tutto è Anticristo, pezzo molto strumentale che fa navigare tra i meandri della psichedelia e che riflette tutta la bravura dei musicisti all’opera. A questo filone di sensazioni si ricollega un altro brano dello stesso EP (Ognuno di noi è un po’ Anticristo) ovvero Omega. E’ il momento dell’omonima traccia dell’ultimo album: Protestantesima, potente e rockeggiante, è un inno alla sincerità tipica di una persona come Umberto che di certo non ha peli sulla lingua. La frase “I preti e gli operai le chiavi dei miei guai” mi ricorda tanto la poesia di MontalePiccolo testamento” in cui l’autore rivendica una propria coerenza personale che “Non è lume di chiesa o d’officina/che alimenti/chierico rosso, o nero“. Anni luce arriva splendida come sempre, un tunnel che sembra veramente condurci “lontano anni luce”, fuori dal tempo, fuori da noi stessi. Chiudo gli occhi e mi accorgo che è proprio così. Durante un classico momento di sospensione del brano successivo, Molteplici e riflessi, si ripete una situazione imbarazzante, ma ora giunta dai fonici dietro il palco che, parlando troppo ad alta voce, nell’attimo di silenzio vengono inevitabilmente sentiti. Umberto si gira sorridendo verso di loro e riesce a passarci sopra. Ma effettivamente l’unico punto negativo dell’evento è che essendoci molta gente dall’altra parte del TPO intenta a fare altro (tra vino e libri) non si riesce ad avere un silenzio completo che richiederebbero canzoni riflessive e delicate come quelle del cantautore.
Si riparte con Il vaso di Pandora, invettiva verso una Milano sempre più cocainomane. Anche qui Umberto si allontana dal mainstream “E se è vero che tutto si compra e il denaro rincuora/resto pulito e raro/e chi se ne frega” in tutta la sua purezza musicale. A seguire la perlacea Sibilla e la meditativa Quasi Nirvana. Continua con un altro brano del primo album La dieta dell’imperatrice: il trionfo dei tuoi occhi, sempre molto visionario tra impressioni nostalgiche e parole metaforiche.
Torna il passato Moltheni e arriva Educazione all’inverso. Poi il cantautore si sofferma un attimo: “Chi mi conosce sa che non mi piace parlare molto sul palco. Non mi piace la gente che lo fa. Lo evito per non dire troppe… cazzate” e in questa semplice frase si rivela tutta la filosofia di un autore come lui, sintetico, incentrato sull’unica cosa importante per il suo lavoro ovvero la qualità della sua stessa musica. Ed è per questo che musicalità come le sue, nonostante meriterebbero un maggiore successo, possono continuare a vivere solo in ambienti più intimi, al di lá delle orecchie viziate dal pop più banale e da testi asciutti di contenuto. Questa invece è poesia.

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Il discorso continua: “Dirò solo che la prossima è una canzone col tempo rivelatasi molto importante per me, per quello che faccio e per quello che continuerò a fare. Voglio dedicarla a mio fratello”. Il brano è Saga. Dopo altri vari ringraziamenti e un saluto finale, il concerto termina con un brano dell’ultimo album Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare.
Ci ringrazia ancora, ci riguarda tutti, compreso me, intento a battere le mani davanti al palco assieme ad un mio amico. Alla fine decido: compro il suo cd e me lo faccio autografare.
La malinconia si è prosciugata nelle emozioni di una serata stellare e di un evento come Enolibrì che, a mio parere, è stato molto ben organizzato in tutte le sue sfumature artistico-culinarie e culturali. Ed è proprio in ambienti come questi che nasce e si diffonde la poesia. Ed è proprio per questo che consiglio vivamente di andarci anche questa sera, ultima data del festival che vedrà anche la partecipazione del particolare dj Don Pasta e del cantautore Pierpaolo Capovilla.

The Danish Girl

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Copenhagen, 1926. Einar (Eddie Redmayne) e Gerda (Alicia Vikander) sono una giovane coppia di pittori che si guadagna da vivere esponendo i propri dipinti nelle vicinanze. Un giorno Gerda, in assenza della sua modella prediletta, chiede al marito di indossare abiti femminili per portare a termine un quadro iniziato tempo prima. Il dipinto ha tanto successo da convincere la stessa Gerda a realizzarne altri aventi come soggetto il marito vestito da donna.
Einar capirà di trovarsi più a suo agio in quelle vesti che non nei panni dell’uomo nella vita di tutti i giorni. Sostenuto e aiutato dalla moglie, si sottoporrà a dei rischiosissimi interventi chirurgici di riassegnazione sessuale per diventare definitivamente una donna, Lili.
Le mie basse aspettative circa l’operato di Tom Hooper sono state piacevolmente smentite, The Danish Girl stupisce.
Reduce in questi giorni dalla visioni di recenti biopic realizzati con lo stampino, mi sono trovato in quest’occasione di fronte ad un’opera matura e profonda che traspare di amara bellezza. Il viaggio interiore di Einar alla ricerca di Lili viene delineato impeccabilmente sia dalla bravura del regista che da quella di Eddie Redmayne, calato in un ruolo forse ancor più complicato del precedente ne La Teoria Del Tutto. Invece, si tratta di un film che rende giustizia a uno degli aspetti più delicati e personali della vita umana, il cambio di sesso. A brillare non è tanto Redmayne quanto la straordinaria Alicia Vikander. Gerda è una donna risoluta ed estremamente paziente, “asseconda” il marito nelle sue scelte, rincorrendo, forse, all’ultima speranza di poterlo riavere con sé. È lei il motore, la vera “eroina” del film che permette a Einar di attraversa il suo tumultuoso cammino. Un film al femminile, forse senza volerlo. Non parla di donne ma del sentirsi donna.
Einar e Gerda sono al centro della storia, quello che si svolge al di fuori del guscio familiare è irrilevante. Per il primo è il conflitto interiore, la ricerca del suo vero Io, per la seconda è la brutale sofferenza di trovarsi di fronte a una triste realtà. Gerda è ancora innamorata di Einar, nemmeno nel corpo di una donna vorrebbe rinunciare a lui. È toccante.
Lo scetticismo non sempre rispecchia la realtà dei fatti. Sono sincero, in questo caso non me l’aspettavo. Bastava poco per sfamarsi della solita retorica dell’uomo malato e problematico che ottiene un riscatto per le ingiurie subite. Tom Hooper è un abile giostraio, pone l’accento sul trauma della coppia senza soffermarsi troppo su eventuali moralismi riguardanti la personalità di Einar/Lili. La narrazione segue gradualmente il percorso dell’uomo definendo nel dettaglio le tappe del suo cambiamento fino alla morte prematura avvenuta a causa di complicazioni fisiche.
Un’opera ben fatta che oltre a raccontare una tenera storia d’amore vuole essere la testimonianza di come moltissime persone abbiano sempre sofferto la non-appartenenza ad un corpo e ad una mente che non fosse la loro. Temi delicati trattati decorosamente in un film lineare ed emozionante. L’interpretazione di Alicia Vikander fa il resto, l’Oscar subito. Molto bello.

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